Un attacco informatico può interrompere servizi essenziali in pochi istanti. Ma il danno più duraturo non riguarda soltanto l’indisponibilità dei sistemi. Che cosa accade se un aggressore compromette anche l’identità digitale di una persona, i privilegi di un amministratore o l’autorizzazione a compiere operazioni sensibili? Un’architettura diversa potrebbe limitarne le conseguenze?
Istituto1Aprile
Dai falsi negozi online alle frodi sugli investimenti, dai dati bancari rubati alle voci contraffatte con l’intelligenza artificiale: le truffe digitali diventano sempre più convincenti. Sarebbe possibile progettare un’identità digitale nella quale rubare una password, falsificare un messaggio o ingannare una persona non basti per compiere un’operazione non autorizzata?
È possibile progettare un’identità digitale in modo che neppure la violazione di un account amministratore consenta l’accesso diretto ai dati personali degli utenti?
Il 17 settembre 2026 la Commissione europea ha presentato la proposta dell’EU KIDS Act, con l’obiettivo di rafforzare la protezione dei bambini e degli adolescenti nell’ambiente digitale. La proposta introduce, tra le altre misure, un approccio europeo comune ai limiti di età e attribuisce maggiori responsabilità alle piattaforme digitali. Ma insieme alle limitazioni di accesso emerge anche un’importante questione tecnica e sociale: come verificare in modo affidabile l’età di un utente senza costringere un bambino a rivelare la propria identità a ogni piattaforma online?
Un recente incidente di sicurezza che ha coinvolto Revolut solleva una questione che va ben oltre una singola azienda o un singolo istituto finanziario: come possiamo verificare in modo affidabile, nel mondo digitale, non solo da dove proviene una richiesta di dati sensibili, ma anche chi la sta realmente inviando, se quella persona è autorizzata a presentarla e a quali dati ha effettivamente diritto di accedere? Il caso dimostra che un canale di comunicazione può apparire legittimo senza che ciò dimostri necessariamente anche l’identità e l’autorità della persona che si trova dall’altra parte.
L’Istituto 1. april ha completato la preparazione della proposta di un progetto pilota di ricerca QEI – Quantized Encrypted Identity per la Repubblica di Slovenia. Il documento rappresenta il passo successivo nello sviluppo dell’iniziativa QEI.
L’identità digitale sta diventando uno degli elementi fondamentali della società digitale. Nei prossimi anni non la utilizzeremo soltanto per accedere ai portali della pubblica amministrazione, ma sempre più spesso anche nei rapporti con banche, servizi sanitari, istituzioni educative, imprese e altri servizi digitali.
L’Istituto 1. april ha ricevuto una risposta ufficiale della Commissione europea in merito all’iniziativa strategica QEI – Quantized Encrypted Identity, presentata come proposta di ricerca per approcci più sicuri e orientati alla tutela della privacy nell’ambito dell’identità digitale.
L’identità digitale nell’UE sta cambiando: da documento a strumento di controllo sui propri dati.
L’Unione europea sta entrando in una fase importante dello sviluppo dell’identità digitale. L’identità del cittadino viene sempre meno intesa semplicemente come un documento d’identità o un nome utente per accedere a un servizio online.
Identificazione e autenticazione non sono la stessa cosa: perché questa differenza è importante?
La maggior parte degli utenti pensa che l’accesso a un sistema sia un unico processo, ma in realtà, in background, si svolgono due processi distinti: identificazione e autenticazione.
